L’abito non fa il monaco: Ecco perché non bisogna fidarsi delle apparenze.

Viviana-Pocchia-artistaLei talvolta si presenta così: outfit sgradevoli, sporchi di benzina, olio per le gomme, viso coperto di macchie di grasso, mani rovinate e scarpe anti-infortunistiche. Si ma Lei chi? Parlo della mia amica Viviana! Di giorno, benzinaia lava-camion a tradimento presso il benzinaio Q8 di Lodi dei genitori, di sera attrice, regista, scenografa, ballerina.. insomma una vita vissuta ad arte! Ti racconto la sua storia perché è un bellissimo esempio di come non bisognerebbe mai fidarsi delle apparenze. Magari potrai pensare che non ci sia molta affinità tra un blog di moda e un articolo che parla di pompe di benzina e spettacoli teatrali.. In realtà se ci pensi bene le due cose hanno molto da dirsi.

Pensa a quando da piccola passavi ore ed ore davanti allo specchio, lo facevi per scoprirti ma anche perché in fondo aspettavi che l’immagine riflessa ti desse una risposta.  Crescendo tutto il tempo che ti resta per stare davanti alla tua immagine riflessa svanisce. E l’esigenza di specchiarsi? Rimane! Solo che davanti non avrai più l’immagine riflessa a raccontarti come cambia il tuo corpo, come ti sta addosso un outfit o se sei ingrassata o dimagrita, ma ci saranno le persone. In base a quello che indosserai inevitabilmente ti giudicheranno, perché qualcosa vorrà pur dire se il lunedì mattina accompagni a scuola tua figlia struccata, il martedì sei vestita tutta di nero o il mercoledì hai due calzini diversi!!

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Lo specchio che ha scelto Viviana è il pubblico, i suoi abiti sono i personaggi che interpreta, la cameretta è il teatro, luogo in cui si adottano maschere che servono a nascondersi ma anche a svelare e lanciare un messaggio, che è un po’ quello che faccio io quando creo un outfit per le mie clienti, ma che fai anche tu ogni mattina quando pensi a come vestirti.

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Quando l’ho intervistata, Viviana “ha aperto letteralmente il suo armadio” spiegandomi come è nata la passione per il teatro.

Ancora dopo dieci anni di teatro faccio fatica a definirmi un’artista. Mi sento più una ragazza che lavora a servizio della persone. Il teatro è un mezzo artistico per dire qualcosa di importante, per trasmettere un pensiero, un messaggio alla gente ed un potente mezzo di comunicazione che riesce a sfondare le barriere culturali.

Ho iniziato a 20 anni mentre studiavo scienze della comunicazione alla IULM perché pensavo che il palco mi avrebbe potuto aiutare a parlare in pubblico. Mi iscrissi ad un corso a Lodi che poi divenne una compagnia di teatro e la mia seconda famiglia. Sono ancora freschi i ricordi di me alle prove tutte le sere, prove fisiche e mentali a volte estenuanti. Con quella compagnia, con quelle persone, ho passato momenti molto belli e altri faticosi ed ho anche imparato che nulla dura per tutta la vita quando decisi, per motivi personali, di lasciare il gruppo.

Solo dopo un anno di astinenza dal teatro ho creato la mia compagnia “Pramantha”, una parola che deriva dal sanscrito antico e rappresenta il primo bastoncino di legno rudimentale che veniva utilizzato per accendere il fuoco. Ho deciso di creare questo gruppo chiamando alcuni attori che conoscevo sopratutto in base alla qualità e alla purezza del loro essere. Non credo infatti nel talento, ma nel merito e nel duro lavoro.

Quando mi chiedono se ho ancora paura di entrare in scena rispondo di si, che ho paura ma non tanto di sbagliare una battuta, quanto di non riuscire a trasmettere ciò che vorrei. Ma non è sempre stato così; appena iniziato a fare i primi spettacoli prima di entrare in scena, vedevo i miei colleghi molto agitati ed ero un po’ invidiosa della loro emozione, che io non provavo. Una volta terminato lo spettacolo, dovevo stare almeno 10 minuti da sola ed ancora con il trucco un po’ sbavato e con il costume di scena, andavo a camminare incazzata e delusa per non essere riuscita a provare nessuna sensazione. Con il tempo ho poi scoperto che questa reazione era legata al fatto di non voler che qualcosa di mio venisse donato alle persone, un pubblico che magari non avrebbero nemmeno colto ciò che di immensamente personale stavo regalando loro. A distanza di tempo ho appreso quanto la mia posizione fosse un po` egoistica: un’eccessiva presa di posizione e presunzione che non lasciava la libertà al pubblico di interpretare la mia arte, come ritenesse più opportuno interpretare. Sembra assurdo ma oggi prima di entrare in scena sono emozionata e quando finisce lo spettacolo sorrido!

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Tante sono le esperienze da raccontare di questi dieci anni di teatro ma la più importante della quale conservo un ricordo vivissimo, è quella della tournèe in Colombia del 2012 con la mia prima compagnia di teatro. Mentre mi esibivo un bambino che rovistava fra i rifiuti si girò verso di me e sgranò gli occhi nel vedere una donna alta sui trampoli, che interpretava per strada il suo personaggio nel bel mezzo di uno spettacolo. Era meravigliato, incantato, era felice e per un attimo ero riuscita a fargli dimenticare la fame. Ogni volta che sono scoraggiata e mi chiedo perché continuo a fare teatro io penso a quel bambino.

Economicamente è impossibile mantenersi come attore e quindi durante il giorno aiuto i miei genitori in un’attività che con fatica e duro lavoro hanno portato avanti tutta la vita. Quindi mi sveglio, indosso i miei abiti sporchi di grasso e lavo le macchine, faccio benzina e lavoro al bar! Ma quando arriva finalmente la sera, cambio d’abito e torno attrice.

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.. Seguire le proprie passioni è fondamentale, tutti riconoscono a colpo d’occhio una persona che fa il proprio lavoro con entusiasmo, le personalità di questo tipo vincono sempre!

Ricordati bene che l’abito non fa il monaco!!!

Parola d’ordine: Insieme.

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